Il Tino rocca di un castello

Plastico del Castello di Moscona. Scala 1:200. Da F.MANGIAVACCHI 2002, Fig.XXIV. La circonferenza della muratura interna ha un diametro di m.29,60, a cui corrispondono 100 piedi romani. Ciò contrasterebbe con l'ipotesi che il Tino sia originariamente un fortilizio d'età bizantina, ma oltre a confortare quella dell'edificazione medievale, potrebbe anche suggerire che l'edificio sia sorto replicando la circolarità di una struttura di epoca romana, magari quella di un grande circolo in muratura realizzato, per le loro misurazioni - effettuate avvalendosi di uno gnomone posto al centro di un cerchio -, dagli agrimensori romani incaricati della centuriazione della pianura sottostante Roselle, tutta perfettamente visibile dalla sommità del Poggio di Moscona.

«Il diametro di quasi 30 metri esclude che il Tino potesse essere un edificio con sole funzioni di avvistamento, quali sono, ad esempio, le torri litoranee disseminate lungo la costa maremmana. Appare impropria la stessa definizione di torre visto che lo sviluppo orizzontale doveva risultare, anche in origine, preponderante rispetto al verticale. In passato la costruzione è stata indicata quale esempio di "castello-recinto", con funzioni di ricovero per la popolazione in caso di assedio. Considerando la struttura d'assieme dell'insediamento sembra più corretta la definizione stessa contenuta nell'Estimo: "rocca di Montecurliano", ovvero la parte maggiormente fortificata del Castello, delegata all'ultima difesa, dove la cisterna avrebbe garantito una certa autonomia degli occupanti. Le pareti interne non mostrano tracce di collegamento con altre strutture ad eccezione di una fessura che corre orizzontalmente sulla parete nord, forse la sede per l'appoggio di un camminamento ligneo. Poco probabile l'esistenza di un tetto che coprisse la vasta area racchiusa dal Tino (mq.687), mentre sembra più plausibile la presenza di piccoli locali di abitazione (nella Tavola delle Possessioni del 1320, vengono censite 6 domus in "Rocca de Montecurliano"), a cui ricondur-
rebbero gli abbondanti accumuli di materiale lapideo, mattoni, tegole e le tracce dell'ambiente T5. La descrizione settecentesca di Pecci fornisce qualche indicazione sull'interno del Tino...Anche Santi (1806) testimonia l'esistenza di resti di strutture...Le due porte, attualmente crollate, erano posizionate quasi simmetricamente verso nord-est e sud-ovest...Il processo disgregativo ha avuto un corso diverso. Quella occidentale appariva ancora in piedi nelle descrizioni sette-ottocentesche e nei disegni della metà del XVIII secolo, per poi risultare distrutta in un'immagine dei primi anni del '900. Quella orientale ha conosciuto una conservazione più lunga essendo ancora riconoscibile in un alcune fotografie più recenti» (F.MANGIAVACCHI 2002, pp.142-143).
 

Tino di Moscona: parete nord-ovest (interno). Da F.MANGIAVACCHI 2002, , fig.XII. La presenza di alcuni blocchi apparentemente più curati nella sbozzatura e diffusi in maniera irregolare nel paramento non fa escludere possa esservi stato un limitato reimpiego di materiale di resulta di costruzioni precedenti.

La tecnica muraria del Tino può essere definita, soltanto in via approssimativa, come un romanico, piuttosto rudimentale, costituito da conci lapidei disposti su filari più o meno regolari. Dobbiamo premettere che, in mancanza di scavi archeologici, la sola comparazione dei caratteri formali del paramento murario non consente l'attribuzione ad un ambito cronologico ben definito. Qualche interpretazione più approfondita può essere desunta dalla lettura stratigrafica della struttura. Dall'analisi dell'elevato non si rilevano cesure o sovrapposizioni negli elementi lapidei che possano far ipotizzare la presenza di brani di un edifico preesistente sul quale sia stata effettuata una ristrutturazione. Analogamente, l'analisi delle malte evidenzia una sostanziale unitarietà temporale nella diposizione del paramento murario; non si riscontrano variazioni significative nella quantità e nella qualità del legante nei vari punti della struttura. Nel complesso, quindi, gli elementi raccolti sembrano indicare una realizzazione coincidente con un periodo definito e non con una serie di interventi restaurativi.

Se gli Aldobrandeschi avessero riutilizzato una costruzione preesistente, conservatasi parzialmente nell'impianto originale, le tracce del restauro sarebbero state evidenti» (Ivi, pp.148-149).

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