Reliquiario di S. Lorenzo
 
Orafo senese
Reliquiario di San Lorenzo


Secondo quarto del secolo XIV. Rame fuso, sbalzato, inciso, cesellato, punzonato e dorato; smalti champleve’ su rame con parti risparmiate e dorate cm. 32x15,5; diam. vaso cm. 9; diam. placchette del nodo cm. 1,7.

Proveniente dalla cattedrale, ora custodito nel Museo Archeologico della Maremma e Museo Diocesano d'Arte Sacra.

L.MARTINI, Catalogo, Scheda n.37, in C.GNONI MAVARELLI- L.MARTINI (a cura di), La cattedrale di San Lorenzo a Grosseto. Arte e storia dal XIII al XIX secolo, Cinisello Balsamo 1996, pp.168-169:

"La base a pianta mistilinea esagonale con gradino ornato da cornice a crocette, è decorata lungo il bordo piano da un motivo inciso ad archetti trilobati, nei cui spazi interni sono incise quadrettature e rosette a quattro petali. Il raccordo con il fusto è scandito da più comici tra cui due perlinate. Il fusto si alza da una fascia ornata a formelle con rosette entro losanghe in smalto champlevè su rame con parti risparmiate sul metallo e dorate (smalti rosso, blu, celeste). Segue quindi un'altra fascia esagonale, che si ripete sopra il nodo, a smalti risparmiati con identici colori costituita dallo stesso motivo ornamentale a rosetta, tuttavia più minuto e risolto entro due losanghe sovrapposte. Il nodo decorato da foglie d'acanto in bassorilievo su fondo punzonato accoglie sei formelle in smalto incavato su rame a figure risparmiate e dorate su fondo di smalto blu opaco; lungo il bordo è un 'filo' sottile di smalto rosso tra due cerchi di metallo risparmiato e dorato.

Le placchette, una delle quali è mancante, raffigurano la Crocifissione, la Vergine e San Giovanni, un Santo Vescovo e Santo con libro. Da due ghiere esagonali affrontate e schiacciate delimitate da comici perlinate e a dentelli si innalza il sottocoppa liscio, su cui s'innesta la teca cilindrica in cristallo di rocca con coperchio a cupola, che culmina in una piccola calotta con croce apicale. La montatura della teca è costituita da un motivo perlinato e da una elegante cornice a giorno di palmette incise. Il reliquiario, che conserva le ossa di San Lorenzo, fu reso noto solo marginalmente dal Cappelli (1934, fig. 39) e citato dall'Ademollo (1894) tra le preziose suppellettili della Cattedrale, come opera del XV secolo. Cosi lo ricordano pure il Giglioli e il Vigni nella catalogazione della Soprintendenza (1917 e 1937, Archivio SBAS Siena).
L'oggetto, che in questa occasione è stato sottoposto a restauro, si presenta in buono stato e conserva la struttura interna originaria; è mancante soltanto di uno smalto del nodo. La tipologia del reliquiario e le caratteristiche del decoro e degli smalti consentono di riferire l'esecuzione del manufatto ad un orafo senese attivo nella prima metà del Trecento. Per alcune peculiarità stilistiche e per i rapporti precisi con opere datate si può restringere la datazione al secondo quarto del secolo. Infatti il nostro reliquiario a vaso per la forma e la struttura si accosta all'esemplare senese del Museo di Cluny, datato 1331 (E. Taburet-Delahaye, 1989, n. 66), a quello del Museo di Digione (ibid., p. 175), e al reliquiario di collezione privata aretina di recente pubblicazione (G. Centrodi in La grande stagione..., 1995, pp. 72-73). Seppur di proporzioni più slanciate, essi hanno in comune col nostro oggetto anche il partito decorativo della montatura a palmette.

La tipologia del piede mistilineo a tre lobi e a tre punte è piuttosto rara; si ritrova, che io sappia, soltanto nel reliquiario della chiesa romana di Santa Croce di Gerusalemme (Tesori d'arte.... 1975, n. 130) datato 1329.

 

Il fusto ha come elemento ornamentale predominante il fiore a quattro petali trilobati entro losanga, motivo che corre lungo la base del reliquiario di San Savino ad Orvieto di Ugolino di Vieri e Viva di Lando, variante più elaborata ed evoluta della consueta rosetta stilizzata che compare nelle oreficerie di primo Trecento come ad esempio nella cornicetta sotto le bifore del pastorale dell'Opera del Duomo di Siena. Le altre comici perlinate e a dentelli sono comuni ai manufatti trecenteschi e anche del secolo successivo.

Le placchette del nodo non sono realizzate secondo la tecnica più diffusa e costosa dello smalto traslucido su bassorilievo d'argento, ma su lastra di rame incavato sul fondo ove si stendeva lo smalto opaco risparmiando le figure incise e dorate, tecnica usata e messa a punto dagli orafi senesi non solo per oggetti d'uso quotidiano ma altresì per commissioni importanti; si pensi ad esempio ancora al pastorale di San Galgano del Museo dell'Opera di Siena.

Gli smalti del nodo sono di buona qualità anche se il fare è corsivo e rapido. Mi pare che i confronti con le opere di Cuccio di Mannaia, Tondino di Guerrino e Andrea Riguardi, tra i più noti orefici di quel tempo, senza dubbio i maggiori punti di riferimento per le botteghe senesi contemporanee e di poco successive, siano generici e poco significativi; semmai l'autore sembra proporsi quale rappresentante di una produzione meno aulica, più corsiva. Le figurine eleganti delle formelle grossetane, sinuosamente delineate da brevi tratti, derivano in maniera decisa dal linguaggio profondamente gotico della bottega di Simone Martini, in specie del cosiddetto Barna. Si osservi il Santo Apostolo o l'evangelista con libro, dai volumi appena suggeriti, esile, ma elegante e dolce in quel protendersi in avanti, sfondando il limite della piccola comice ‘risparmiata’ e allo stesso tempo adeguandosi all'andamento circolare della formella proprio con la posa lievemente incurvata. E la Vergine dai panni molli e cadenzati, anch'essa elegante rammenta in maniera sorprendente i personaggi femminili di Barna come la Santa Maddalena di collezione privata esposta nella mostra del Gotico senese a Parigi (1983, n.43). Malgrado la diversità della tecnica, si rivelano quindi forti corrispondenze tipologiche tra i personaggi delle placchette e l'umanità dolce e un po' sofisticata dipinta da Simone Martini, e quella scolpita da Agostino di Giovanni e da suo figlio Giovanni: l'andamento ondulato della capigliatura attentamente delineata di San Giovanni, il mento pronunciato, allo stesso tempo 'smussato e arrotondato' ricordano quello di Sant'Ansano di Parigi di Agostino di Giovanni (cfr. R. Bartalini in Scultura dipinta..., 1987, n. 10), la compassata frontalità del Santo Vescovo che si stempera nelle pieghe sinuose del manto rammenta l'analoga soluzione nel San Tommaso d'Aquino del polittico di Casciana Alta.

Gli smalti e l'intera struttura del reliquiario sono pertanto riconducibili ad un orafo senese che parla un linguaggio coerente con la produzione artistica del secondo quarto del Trecento".

 

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