Madonna del Carmine
 
Giacinto Gimignani (Pistoia 1606-Roma 1681)
Madonna col Bambino, Sant'Antonio, Elia e i Santi Francesco, Biagio e Rocco (Madonna del Carmine) 1648
Olio su tela cm.318x200


In basso a destra :"Hyacinthus / Gìmignanus / Pistorie Pin. /... 1648".

Già ornamento dell'Altare della Madonna del Carmine, ora custodito nel Museo Archeologico e d'Arte della Maremma e Museo Diocesano d'Arte Sacra.

L.Martini, Catalogo, Scheda n.24, in C.Gnoni Mavarelli- L.Martini (a cura di), La cattedrale di San Lorenzo a Grosseto. Arte e storia dal XIII al XIX secolo, Cinisello Balsamo 1996, p.152:

"Il recente restauro ha consentito non solo di restituire al dipinto un'adeguata lettura stilistica, finora nascosta da una vernice ingiallita e da un vecchio restauro incompleto e fuorviante, ma di scoprire anche la data di esecuzione, 1648, e la firma del pittore toscano Giacinto Gimignani, documentato a Roma a partire dal 1630, che è venuta a confermare una precedente e brillante intuizione di Alessandro Bagnoli.

Inedita e finora dimenticata nei depositi del Museo, l'opera è stata ricordata dall'Ademollo (1894, p. 89) come di scuola bolognese del secolo XVI e dal Mazzolai con il riferimento a scuola romana del secolo XVIII ( 1980).

Senza dubbio fino alla metà dell'Ottocento ornava uno degli altari della Cattedrale, probabilmente l'altare della Madonna del Carmine, il primo della navata sinistra dopo il battistero, dove era istituita la compagnia omonima (F. Anichini, 1752, e. 62v). Lo si rileva dall'iconografia della grande tela, che rappresenta la Madonna e il Bambino in gloria che offrono lo scapolare ai Santi genuflessi in adorazione, soggetto tradizionalmente riferibile alla Madonna del Carmine.
Il dipinto esprime l'orientamento e la scelta in direzione classicista del Gimignani che, dopo una iniziale collaborazione con Pietro da Cortona in palazzo Barberini, fu in stretto contatto sul finire degli anni Trenta con la colonia di artisti francesi a Roma seguaci di Poussin, quindi pochi anni più tardi con Andrea Sacchi nel cantiere del Battistero Lateranense (cfr. U.V. Fisher Pace, ad vocem in La Pittura in Italia..., 1988 II, p. 764). Infatti nella tela tutto è disposto secondo uno schema chiaro e misurato. Le figure, eloquenti nel messaggio devozionale, sono atteggiate a dignitosa gravità, i panneggi ampi, le forme robuste esaltate da una intensa luminosità e da un evidente chiaroscuro, rese con una materia compatta e lucida, memori dei risultati del suocero Alessandro Turchi. La gamma cromatica brillante e il blu-azzurro del manto della Vergine, emersi con il restauro, hanno lo stesso sapore di un dipinto tardo del Guercino. La tela indica decise affinità con le opere contemporanee del Gimignani del quinto decennio, in particolare con gli affreschi eseguiti nel Palazzo Doria Pamphili, tra cui Giuditta che mostra la testa di Oloferne, datato 1648, e con la tela umbra di Montefalco, la Madonna col Bambino e Santi (F. Pansecchi in Pittura del Seicento..., 1989, n. 23. pp. 128-129)".
 

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